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 Carlo Alberto dalla Chiesa

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Danae
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MessaggioTitolo: Carlo Alberto dalla Chiesa   Mar Gen 26, 2010 2:06 am

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Danae
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Oggetto: CARLO ALBERTO DALLA CHIESA Ven 25 Set - 19:08

Apriamo questa nuova stanza con una grande figura recente del novecento:
Carlo Alberto dalla Chiesa



Ingrandire quest'immagineRidurre quest'immagine




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Ad un tramonto segue sempre un'alba.....


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Ultima modifica di Danae il Sab 26 Set - 13:22, modificato 2 volte




Remigio
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Oggetto: Re: CARLO ALBERTO DALLA CHIESA Ven 25 Set - 20:14

GENERALE CARLO ALBERTO DALLA CHIESA



Nato a Saluzzo (Cuneo) il 27 settembre 1920; caduto a Palermo il 3 settembre 1982



La carriera

Figlio di carabiniere inizia la sua carriera nell’esercito e passa ai Carabinieri allo scoppio della seconda guerra mondiale.

Comandante a San Benedetto del Tronto, nel settembre del 1943 si unisce alla resistenza partigiana.

Nel 1949 chiede il trasferimento in Sicilia per combattere la mafia.

Gli viene conferita la Medaglia d’Argento al Valor Militare.

In seguito viene trasferito a Firenze, Como e Milano.

Nel 1963, a Roma, viene promosso Tenente Colonnello.

Successivamente viene trasferito a Torino.

Nel 1966 ritorna in Sicilia con il grado di Colonnello e assume il comando della Legione Carabinieri di Palermo.

Nella lotta alla mafia ottiene ottimi risultati.

Nel 1968 con i suoi reparti partecipa di persona al soccorso delle popolazioni del Belice colpite dal terremoto. Per la sua partecipazione gli viene conferita la Medaglia di Bronzo al Valor Civile.

Indaga sulla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro e sulla morte di Enrico Mattei.

Nel 1973 è promosso Generale di Brigata e nominato Comandante della regione Nord-Ovest.

Crea una struttura antiterrorismo e cattura Curcio e Franceschini.

Successivamente gli vengono conferiti poteri speciali per la lotta al terrorismo e studia e promuove strumenti giuridici e di intelligence di grande efficacia.

Nel 1981 diventa Vice Comandante Generale dell’Arma, seguendo le orme del padre, Romano

Nel 1982, denuncia alla Presidenza del Consiglio l’esistenza di un connubio perverso tra mafia e una delle correnti democristiane.

Subito dopo viene inviato a Palermo come Prefetto

Denuncia la mancanza di veri poteri e strumenti e la presenza di connivenze e complicità tra funzionari dello stato e mafia.

Rifiuta con sdegno ogni forma di protezione personale speciale

Il 3 settembre 1982 , a Palermo, viene ucciso con la moglie Emanuela e l’agente Domenico Russo.



Medaglia d’Oro al Valor Civile alla Memoria con la motivazione:



"Già strenuo combattente, quale altissimo Ufficiale dell'Arma dei Carabinieri, della criminalità organizzata, assumeva anche l'incarico, come Prefetto della Repubblica, di respingere la sfida lanciata allo Stato Democratico dalle organizzazioni mafiose, costituenti una gravissima minaccia per il Paese. Barbaramente trucidato in un vile e proditorio agguato, tesogli con efferata ferocia, sublimava con il proprio sacrificio una vita dedicata, con eccelso senso del dovere, al servizio delle Istituzioni, vittima dell'odio implacabile e della violenza di quanti voleva combattere".





Soleazzurro
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Oggetto: Re: CARLO ALBERTO DALLA CHIESA Ven 25 Set - 20:25



Palermo, Venerdì 3 settembre 1982, ore 21 il nuovo prefetto di Palermo, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, sta andando a cena con la giovane moglie Emanuela Setti Carraro, di scorta li segue un'Alfetta guidata dall’agente Domenico Russo. Giunti in Via Isidoro Carini sopraggiungono due motociclette e un’auto che affiancandosi all’A112 del generale aprono il fuoco a colpi di kalashnikov uccidendoli sul colpo.

Sul luogo dell'eccidio, un anonimo cittadino lascia un cartello affisso al muro. Poche parole che in breve fanno il giro del mondo: "Qui è morta la speranza dei siciliani onesti".








































A questo Uomo giusto, servitore fedele dello Stato dedichiamo questo nostro ricordo.
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Fiordineve
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Oggetto: Re: CARLO ALBERTO DALLA CHIESA Sab 26 Set - 9:55

Questi sono alcuni aforismi di DALLA CHIESA
«O mi danno i poteri necessari per fronteggiare la più grande industria del crimine della nostra epoca, oppure la mia nomina a prefetto non servirà proprio a nulla.»
«Non spero certo di catturare gli assassini a un posto di blocco, ma la presenza dello Stato deve essere visibile, l'arroganza mafiosa deve cessare

aforismi di chi crede nello Stato,nella giustizia e di chi è morto credendo che la mafia potesse essere sconfitta.
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Remigio
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Oggetto: Re: CARLO ALBERTO DALLA CHIESA Dom 27 Set - 12:19



Ho preso questa intervista e l'ho portata alla vostra attenzione. Non commento perchè tutto viene detto da chi parla.







Soleazzurro
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Oggetto: Re: CARLO ALBERTO DALLA CHIESA Dom 27 Set - 17:44

Il piccolo Carlo Alberto trascorse buona parte della sua infanzia in Sicilia.
Il padre , Romano, era carabieniere e prestò servizio in Sicilia dal 1929 al 1931, come comandante della Divisione di Agrigento, con il grado di maggiore.
Il papà di Carlo Alberto partecipò a diverse operazioni coordinate dal Prefetto Mori, inviato dal regime fascista a normalizzare l'area che era infestata dalla mafia.


Forse fu in quei primi anni che Carlo Alberto cominciò a conoscere lo Stato e l'antistato e la difficoltà di distinguere l'uno dall'altro, in quanto allora come ora spesso l'antistato si camuffa da Stato ed opera in nome dello Stato e non ha alcuna remora ad isolare ed eliminare gli avversari che lo combattono in nome della legalità in cui credono.


Ma cosa si intende per Stato ?


A me piace la concezione che dello Stato da Hegel:


E’ l’istituzione in cui si risolvono i conflitti della società civile, in cui l’interesse privato coincide con l’interesse pubblico. Viene definito da Hegel come "la sostanza etica consapevole di sé, la riunione del principio della famiglia e della società civile". Quali caratteristiche ha lo Stato per Hegel? Esso non vuole essere è liberale (Locke, Kant ecc.) nel senso che non vede nello Stato lo strumento che deve garantire la sicurezza e i diritti dei privati, né Hegel lo vede come un tutore dei particolarismi della società civile. Non vuole neppure essere democratico per cui la sovranità dovrebbe risiedere nel popolo (Rousseau). Per Hegel invece la sovranità dello Stato deriva dallo Stato stesso, che ha in sé la propria ragione d’essere, il che significa che lo stato hegeliano non è fondato sugli individui ma sull’idea di Stato, cioè sul concetto di un bene universale. E’ lo Stato che fonda gli individui: sia in senso cronologico-storico-temporale (esso viene prima degli individui; gli individui nascono già all’interno di uno Stato), sia in senso ideale-assiologico (lo Stato è superiore agli individui come il tutto alle parti). Lo Stato hegeliano, comunque, pur essendo assolutamente sovrano, non è dispotico o illegale perché anzi deve operare con le leggi; è uno Stato di diritto (Rechtstaat), fondato sul rispetto delle leggi e sulla salvaguardia della libertà e della proprietà.


Vi sono diverse altre concezioni dello Stato ma tutte convergono su moltissimi se non tutti i concetti di eticità espressi da Hegel.


Mettersi al srvizio dello Stato significa mettersi al servizio degli altri nel rispetto della legalità e con la volontà di fare rispettare la legalità.


Da questo punto di vista è innegabile che persone come il Prefetto Mori o il Generale Dalla Chiesa non siano da considerarsi servitori dello Stato.


Altra cosa è l'antistato, che contempla la contaminazione fraudolenta dello Stato da parte di persone od organizzazioni che vogliono perseguire solo i propri scopi , quindi il bene del singolo o di un gruppo.


Tale è la mafia come la camorra come la drangheta come la sacra corona unita ... spesso tali organizzazioni penetrano nel corpo sano dello Stato , purtroppo, nel nostro paese sono un cancro che non si riesce ad estirpare.


Uomini come Mori e Dalla Chiesa furono vittime di chi aveva usurpato ed ha usurpato la funzione etico morale dello Stato ed opera a nome di esso pugnalando alle spalle i suoi figli migliori quando cominciano a dare fastidio.

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Oggetto: Re: CARLO ALBERTO DALLA CHIESA Lun 28 Set - 9:14






Il generale dalla Chiesa: “potere è un verbo”


Ventisette anni fa l’eccidio di via Carini. Il ricordo del Prefetto ucciso dalla mafia

Potere; l'ho sentito questo verbo. Ebbene, io l'ho colto e lo voglio sottolineare in tutte le sue espressioni o almeno quelle che così estemporaneamente mi vengono in mente: poter convivere, poter essere sereni, poter guardare in faccia l'interlocutore senza abbassare gli occhi, poter ridere, poter parlare, poter sentire, poter guardare in viso i nostri figli e i figli dei nostri figli senza avere la sensazione di doverci rimproverare qualcosa, poter guardare ai giovani per trasmettere loro una vita fatta di sacrifici, di rinunzie, ma di pulizia, poter sentirci tutti uniti in una convivenza, in una società che e' fatta, e' fatta di tante belle cose”.

Questa lunga citazione è un estratto dal primo discorso che il generale Carlo Alberto dalla Chiesa tiene nella sua nuova veste di Prefetto di Palermo. Sono passati ormai ventisette anni dal 3 settembre 1982, quando i killer della mafia lo uccisero in compagnia della moglie Emanuela Setti Carraro e dell’agente di polizia Domenico Russo in via Isidoro Carini a Palermo. Crediamo che rileggere e analizzare quelle parole serva a cogliere il senso di una vita che si è fatto sacrificio estremo, fino a perdere la vita stessa. Il momento in cui questo discorso viene pronunciato è altamente drammatico: è il primo maggio 1982, la tradizionale festa dei lavoratori, ma Palermo e la Sicilia finiscono ancora una volta sotto i riflettori a causa di un omicidio eccellente. Proprio il giorno prima, venerdì 30 aprile, in un imboscata a cadere sotto il piombo dei killer mafiosi sono il segretario del partito comunista regionale Pio La Torre e il suo fidato collaboratore Rosario Di Salvo. La mafia dimostra ancora una volta di saper colpire chirurgicamente i suoi obiettivi: La Torre è il primo firmatario di una proposta di legge che contiene, tra l’altro, l’articolato relativo all’introduzione nel codice penale del reato di associazione di tipo mafioso e la previsione delle misure di prevenzione patrimoniale. Due strumenti che, nelle intenzioni del politico siciliano, devono servire a colpire Cosa Nostra con un doppio effetto: svelarne finalmente l’esistenza – fino a quel momento manca uno strumento legislativo che colpisca la mafia in quanto organizzazione – e intaccarne il processo di accumulazione dei capitali, a fronte degli ingenti proventi derivanti dai tanti business illeciti. Per uno dei paradossi, non tanto paradossi, della storia del nostro paese, le norme pensate e volute da La Torre saranno approvate dal Parlamento solo dopo la strage di via Carini. Dalla Chiesa, di fronte all’ennesimo delitto efferato, si vede costretto ad anticipare i tempi e a precipitarsi a Palermo prima del previsto. L’opinione pubblica disorientata chiede allo Stato un forte e non equivoco segnale di riscossa e allora viene gettato nella mischia l’uomo che ha vinto la guerra contro il terrorismo, accelerando i tempi di un incarico che doveva, nelle intenzioni della prima ora, costituire un vero cambio di passo nella lotta alle mafie. Così, senza strumenti operativi e strategia di lungo respiro, l’invio di dalla Chiesa finisce per apparire invece per una mossa disperata da parte del Governo, retto allora dal repubblicano Giovanni Spadolini. A smorzare la portata della nomina a Prefetto di Palermo sono soprattutto le polemiche che si accendono in merito ai poteri richiesti inutilmente dal nuovo Prefetto di Palermo, nelle settimane immediatamente precedenti. Il generale è conscio di essere spedito in trincea e per questo chiede che vengano messe nero su bianco le condizioni del nuovo incarico, un incarico che per lui significa anche l’addio all’Arma dei Carabinieri. Una scelta non facile per un uomo che diceva di avere “gli alamari cuciti sulla pelle”.Dalla Chiesa si trova quindi a giocare una partita senza armi e decide, da uomo intelligente e attento conoscitore della mafia qual è, di spostare il confronto su piano inedito per un esponente delle Istituzioni e per certi versi davvero dirompente. Se non potrà gestire le forze dell’ordine in un contrasto da attivare tutto sul piano repressivo, vorrà dire che andrà a colpire la mafia nella fase di costruzione del consenso, muovendosi in una logica di carattere preventivo. Ecco perché nei cento giorni che vivrà da prefetto in quel di Palermo, il valoroso carabiniere, ormai ex, incontrerà uomini e donne, studenti e commercianti, semplici cittadini e rappresentanti di associazioni e categorie produttive, fermamente convinto che solo una rivoluzione dei costumi e del pensiero potrà togliere agli uomini d’onore il favore della pubblica opinione palermitana e siciliana. Se non potrà contare sull’apporto delle Istituzioni, cercherà l’appoggio dei cittadini in una battaglia che vuole combattere e vincere in nome dello Stato, quello stesso Stato che aveva difeso dall’attacco dei terroristi. In questa chiave di lettura, il discorso che rivolge ai maestri del lavoro, in occasione del primo maggio, è fondamentale perché è riferito in sintesi il suo programma d’azione. Potere non è più il sostantivo che esprime la forza di chi comanda, ma viceversa diventa un verbo che ne affianca e valorizza altri, che esprimono le condizioni di una vita veramente libera dall’oppressione mafiosa: convivere, essere sereni, ridere, parlare, sentire, guardare in viso i propri figli e i giovani, sentirsi uniti in una società fatta di tante belle cose. Potere non è più un sostantivo, ma un verbo carico di speranza, di futuro; quella speranza e quel futuro – sembra sottintendere dalla Chiesa – che non posso essere garantiti da una organizzazione dedita ai traffici illeciti, alla sopraffazione, al potere – nella sua accezione negativa di sostantivo – che produce violenza, che diventa sopruso dell’uomo sull’uomo. Il passaggio di questo discorso del generale che, sicuramente, all’epoca avrà sorpreso e non poco i suoi ascoltatori – a motivo del contesto ufficiale e dell’oratore previsto, forse, anzi sicuramente ci si aspettava ben altro tipo di ragionamento – è poi ulteriormente ribadito nell’ultima intervista rilasciata a Giorgio Bocca, dove è ormai chiaro come per dalla Chiesa la battaglia contro la mafia sia una battaglia per l’affermazione dei diritti sanciti dalla Carta Costituzionale.“Sono convinto – dichiara infatti dalla Chiesa al giornalista de “La Repubblica” – che con un abile, paziente lavoro psicologico si può sottrarre alla Mafia il suo potere. Ho capito una cosa, molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi certamente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari diritti. Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla Mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati”.Non deve allora stupire se la mafia decide di ricorrere nuovamente alla violenza per eliminare chi ha capito che nell’azione di contrasto alle cosche serve soprattutto un approccio culturale e etico che tolga le basi del consenso di cui sempre si nutrono. Che lo dicano un prete come Don Pugliesi, un giornalista come Fava, un imprenditore come Grassi può essere perfino scontato, ma che a dire lo stesso sia un prefetto, già generale dei carabinieri è davvero rivoluzionario. Stupisce e indigna quindi che, ancora oggi, a distanza di ventisette anni, non sia chiaro a tutti l’importanza di questa figura nella storia della lotta alla mafia. Stupisce e indigna che, ancora oggi, a distanza di ventisette anni, non sia stata fatta ancora piena luce sul delitto. Mandanti ed esecutori sono stati raggiunti dalla giustizia italiana, ma non è chiaro ancora l’eventuale ma quasi certo ruolo di eventuali mandanti esterni al milieu mafioso che avrebbero spinto per una soluzione drastica della pratica. Fino a quando dovranno aspettare i familiari e tutti noi per avere verità e giustizia su questa come su altre pagine buie della storia repubblicana?




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Chi ama per gioco se ne pentirà quando per gioco sarà amato (J.Morrison)



Si sbaglia sempre..Si sbaglia per rabbia, per amore, per gelosia..Si sbaglia per imparare.
Imparare a non ripetere mai certi sbagli. Si sbaglia per poter chiedere scusa, per poter ammettere di aver sbagliato. Si sbaglia per crescere e per maturare. Si sbaglia perchè non si è perfetti..(Bob Marley)



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MessaggioTitolo: Re: Carlo Alberto dalla Chiesa   Mar Gen 26, 2010 2:07 am

Soleazzurro
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Oggetto: Re: CARLO ALBERTO DALLA CHIESA Lun 28 Set - 14:12

Promemoria per la trattazione.


(Il diritto del maccherone ,mafia e brigantaggio, mafia e politica, mafia e massoneria, la mafia durante la seconda guerra mondiale , prefetto Mori e mafia , la mafia ia tempi del generale dalla Chiesa, la politica abbandona il generale, Sciascia e mafia - il giorno della civetta, la mafia oggi ....un silenzio preoccupante )


IL DIRITTO DEL MACCHERONE ( I- I )

Sull'onda degli eventi succedutisi in Francia, grazie all'appoggio inglese e in particolare di lord Bentink, in Sicilia fu introdotta una Costituzione, esemplata da Paolo Balsamo, sul modello inglese.


Essa venne approvata dal parlamento il 19 luglio 1812 e sanzionata dal re il 10 agosto successivo.


Il testo costituzionale decretava l'indipendenza della Sicilia da Napoli e la distinzione dei tre poteri. Inoltre definiva un parlamento bicamerale, con una Camera dei Pari e una dei Comuni. Fu abolita la feudalità, ma venne stabilito che "tutte le proprietà, diritti e pertinenze feudali" rimanessero "giuste le rispettive concessioni" in proprietà "allodiali", cioè in proprietà economiche individuali.


Nello stesso anno 1812, per contrastare la piaga del brigantaggio che dilagava nelle campagne, i Borboni istituirono le "Compagnie d'armi", gruppi di uomini armati e a cavallo, che provenivano dalle fila dei gabellotti o dai loro dipendenti, con il compito di dare la caccia ai briganti.


L'incarico fu conferito a questi uomini perché erano gli unici che a quel tempo possedevano cavalli e armi e conoscevano benissimo il territorio.


Nelle campagne siciliane dell'inizio ottocento si vennero così a creare tre nuclei agguerriti e armati: i briganti, le Compagnie d'armi e i gabellotti.


I rapporti fra questi tre gruppi armati furono contemporaneamente di conflitto e di comunione d'interessi; agli scontri e agli ammazzamenti infatti si alternavano le compravendita di bestiame e di merce rubata, patti di non aggressione previo pagamento di somme.


È nella commistione degli intrecci economici di questi tre gruppi sociali che si afferma la figura del mafioso, il cui potere diventa ogni giorno più palese e aperto; venivano contrattati incarichi di razzie contro un determinato feudo o nei confronti di un certo proprietario.


Il proprietario terriero e l'affittuario erano abituati a pagare "il diritto del maccherone" alla persona che guardava i campi e il bestiame dai ladri: era una parte del "diritto di guardiania" che si pagava al signore feudale per le spese che doveva sopportare per il mantenimento di uno stuolo di guardiani nelle campagne.


Quasi tutti i proprietari, inoltre, pagavano "le componende", per tenere buoni i briganti.
Il feudo, anche se formalmente soppresso, resterà in vita fino al 1860.


La sostanza economica dell'isola continuò a imperniarsi ancora e sempre sul latifondo.


La terra rimase sfruttata secondo il sistema delle affittanze e delle "gabelle". I gabellotti divennero così il perno dell'economia della Sicilia occidentale. Essi seppero consolidare la loro posizione economica e sociale, e provvidero a tramandare all'interno delle loro famiglie il loro mestiere, insieme ai redditi connessi alla posizione ricoperta.


I gabellotti erano insostituibili, perché gli unici che sapessero come far funzionare quel mondo; avevano alle loro dipendenze un esercito di campieri e curatoli e guardiani armati, imponevano il prezzo del fitto dei terreni e costringevano i subaffittuari a pagare i canoni, i braccianti a lavorare duramente senza protestare e, se qualcuno di questi aveva voglia di reagire, c'era sempre "una fucilata di chiaccheria" che gli passava un palmo sopra la testa e ne portava via i fumi bellicosi.


Pietro Calà Ulloa, procuratore del re a Trapani, avvisò il governo che: "Vi ha in molti paesi delle unioni o fratellanze, specie di sette, che dicono partiti senza colore o scopo politico, senza riunione, senza altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete.


Una cassa sovviene ai bisogni di far esonerare un funzionario, ora di difenderlo, ora di proteggere un imputato, ora d'incolpare un innocente. Sono tante specie di piccoli Governi nel Governo".


Da queste parole, risulta chiaro che il fenomeno mafioso crebbe assai prima dell'unificazione dell'Italia; si può tranquillamente affermare che la mafia non è stata solo uno strumento efficace per propagare gli interessi economici di un gruppo sociale emerso nella feudalità siciliana, ma rappresenta la forza stessa, che servì a trasformare una società ancorata agli schemi chiusi dell'economia latifondista.


A Napoli le sette carbonare diedero vita alla prima vera rivoluzione liberale: il 1 Luglio del 1820 un reggimento della cavalleria reale borbonica guidato dagli ufficiali Michele Morelli e Giuseppe Silvati si ammutinò, marciando su Avellino, unendosi ai carbonari salernitani.


Il generale Guglielmo Pepe appoggiò con il suo esercito gli ammutinati di Salerno, mettendosi a capo della rivolta.


Nel frattempo Weishaupt morì il 18 novembre del 1830, all'età di 82 anni, e nel 1834 l'Ordine degli Illuminati elesse un nuovo leader: il rivoluzionario italiano Giuseppe Mazzini (1805-1872), che divise la leadership con Albert Pike (1809-1891), Gran Comandante Sovrano della Massoneria dell' Antico e Accettato Rito Scozzese della giurisdizione del sud degli Stati Uniti, fondatore del Klu Klux Klan (1866), autore di diversi testi come il: "Morals and Dogma of the Ancient and Accepted Scottish Rite of Freemasonery" (1871).

Pike fu a capo delle operazioni degli Illuminati negli USA, occupandosi degli aspetti teosofici e ideologici, mentre Mazzini venne incaricato di curare quelli politici.


Mazzini che aveva fondato nel 1831 la "Giovine Italia", il 22 gennaio 1870 inviò a Pike una lettera in cui scrisse: "Dobbiamo permettere a tutte le federazioni di continuare come stanno facendo attualmente, con i loro sistemi, le loro autorità centrali, i diversi modi di corrispondenza tra gli alti gradi dello stesso rito, e di organizzarsi come al presente. Però, dobbiamo creare un super-rito, il più potente, perché la sua finalità rimarrà sconosciuta, al quale chiameremo quei massoni di un più alto grado che sceglieremo".


Questo rito aggiuntivo corrisponde al trentatreesimo grado massonico del Rito Scozzese, tuttora esistente.


L'unificazione del regno d'Italia significherà elezioni e con esse nuove cariche e nuovi privilegi per quelle classi sociali che cercavano nel nuovo regime spazio per le loro ambizioni e per la loro sete di guadagno. Fu così che il torbido intreccio tra la delinquenza e la classe politica fece un salto di qualità, trovando terreno fertile nell'alleanza che si andava affermando soprattutto attraverso le speculazioni e l'affarismo.


È questo tessuto sociale che occorre esplorare per scoprire il successivo forte radicamento della mafia nelle istituzioni legali del Regno d'Italia.


Spazzato via il feudalesimo, la Mafia trovò nell'assetto politico dell'unità d'Italia che aveva contribuito a far sorgere, ragione della sua legittimazione storica nonché il terreno favorevole per lo sviluppo delle sue attività.


I campieri, i curatoli, i guardiani, gli uomini armati del gabellotto ebbero gioco facile nel trasformare i "diritti feudali del signore" nel "pizzo" ossia la punta della barba che il mafioso doveva bagnare nel piatto altrui, obbligando coltivatori e proprietari a pagare somme di denaro per la cosiddetta protezione, utilizzando in caso di riluttanza, minacce e intimidazioni che potevano spingersi nei casi più gravi fino agli omicidi e sequestri di persona.


Progressivamente, poi, il "pizzo mafioso" diventò una vera e propria tassa sugli utili dei fondi agrari, che il proprietario o l'affittuario dovevano pagare.


In Sicilia, gli eletti alle prime elezioni per il parlamento del Regno d'Italia furono nella stragrande maggioranza membri della piccola nobiltà terriera e di quella borghesia cittadina strettamente e indissolubilmente legata a essa.


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Curiosità

In una lettera del 15 agosto 1871, indirizzata a Mazzini, Pike enunciò un piano per conquistare il mondo con tre guerre mondiali, che consentissero a instaurare infine un "Nuovo Ordine Mondiale".


La Prima Guerra Mondiale avrebbe dovuto essere pianificata per portare la Russia sotto il dominio degli Illuminati bavaresi. La Russia avrebbe dovuto poi essere adoperata come uno spauracchio per favorire i piani degli Illuminati bavaresi in tutto il mondo.


La Seconda Guerra Mondiale sarebbe dovuta scaturire da un'accorta manipolazione delle differenze tra nazionalisti tedeschi e sionisti. Le conseguenze di questo avrebbero dovuto determinare un'espansione dell'influenza russa e la costituzione dello stato d' Israele in Palestina.


Tutti fatti che a ben vedere si sono realizzati pienamente.


La Terza Guerra Mondiale era programmata come risultato dei contrasti, fomentate dagli agenti degli Illuminati, tra i sionisti e gli arabi.

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Oggetto: Re: CARLO ALBERTO DALLA CHIESA Lun 28 Set - 20:05









Caro Carlo Alberto: ero una ragazzina e grazie a te sono diventata una donna, ti amerò per sempre
Emanuela Setti Carraro 1 Settembre 1982
EMANUELA SETTI CARRARO- Milano 1950- Palermo 3 settembre 1982- seconda moglie del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Infermiera e Crocerossina volontaria.
Divenne moglie del Generale dopo molte titubanze di quest'ultimo a causa della differenza di età.
Fu l'unica persona che il Prefetto-Generale ebbe a suo fianco a Palermo.
Era informata sulla esistenza di carte contenenti informazioni importanti, custodite dal marito, e avrebbe saputo usarle in caso di uccisione del prefetto.
La sua uccisione fu voluta e non accidentale: fu la prima ad essere colpita e l'assassino le diede il colpo di grazia.
La cassaforte di Villa Paino fu trovata vuota. Le carte erano sparite.
La commissione parlamentare avanzò l'ipotesi che l'uccisione del prefetto e della moglie sia stata pianificata per evitare la divulgazione del contenuto di tali carte.
Il dubbio che sorge a chiunque in grado di comprendere è che la mafia non agì sola: la conoscenza del fatto che Emanuela fosse in grado di esibire le carte e il mistero della cassaforte fanno pensare all'intervento di servizi segreti in grado di compiere intercettazioni ambientali.

Emanuela è stata insignita della Medaglia d'Oro al merito della Croce Rossa Italiana:
"Emanuela Setti Carraro ha dato senso e continuità alla sua scelta di vita di essere crocerossina, cioè volontaria nel Corpo Infermiere Volontarie della Croce Rossa, e quindi il suo sacrificio accanto al marito è il coronamento degli ideali per i quali ha vissuto."

Emanuela sarai sempre nei nostri cuori




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Oggetto: Re: CARLO ALBERTO DALLA CHIESA Ven 2 Ott - 12:36

]A proposito di un programma Rai.
VERITA' E' MORTA, GENERALE DALLA CHIESA
di Nando dalla Chiesa


Riposa in pace, generale dalla Chiesa. Non scrutare, se mai lo puoi, quel che accade in questo paese, che è il tuo paese. Non scrutare nemmeno le memorie televisive, nemmeno quelle che dovrebbero consegnare il tuo esempio alle nuove generazioni. Nemmeno quelle che si nutrono delle dichiarazioni dei tuoi figli, dei tuoi amici o dei tuoi ufficiali di un tempo. C'è sempre lo spazio per i veleni che ad altri martiri si eviterebbero. C'è sempre la voglia di rivelazioni. Una voglia più forte del rispetto, non dico della pietà, che non è cosa degli storici e tanto meno dei giornali. Non basta quel che hai fatto, detto, spiegato, sofferto. C'è sempre pronto un Cossiga al quale si lascia dire che la nostra è stata una famiglia di massoni. Tu, tuo padre, tuo fratello. E noi, figli, che non lo sapevamo. Fessi a non accorgerci, per decenni, che c'era una tradizione massonica in casa nostra, l'idea di uno Stato parallelo dietro un'educazione tutta rivolta a trasmettere il senso delle istituzioni, con la parola e con l'esempio, mai un trasferimento rifiutato, anche tre in un anno, mai accolte le sirene che promettevano tanti guadagni in più in questa o in quell'industria privata, mai un sacrificio scansato se c'era di mezzo lo Stato da servire. Fosse il banditismo in Sicilia, le indagini difficili, la vita da latitante, la famiglia trascinata in mezzo ai rischi. Tutte balle. L'ha avuta lui, Cossiga, l'ultima parola. Massoni, ha detto. Sulla base di nulla, di non si sa che cosa. Ma l'ha detto, come tante altre volte, ed è stata la sua l'ultima parola, quella che rimarrà incisa nella mente del giovane che non sa nulla, del figlio di chi (ce ne sono, sai?) non ha voglia di raccontargli la tua vera storia, come quel ragazzo che a scuola fece trovare a tuo nipote Carlo Alberto una scritta accanto al suo nome: "nipote di massone". Ci sono, sai, questi esemplari umani, e d'altronde se non ci fossero forse avresti vissuto più a lungo. Massone.

E questo, questo fango la Rai, anzi Rai educational (pensa tu se fosse "diseducational"...), ossia il fior fiore del servizio pubblico, va a offrire come ghiotta anticipazione alla stampa quotidiana della trasmissione in tua memoria. Anzi, questo fango e altro ancora. Già, perché Cossiga mica qui si è fermato. Macché. Ha pure aggiunto che la lista della P2 aveva una pagina strappata in corrispondenza del tuo nome. Pensa che fessi, che grulli, quelle due toghe rosse e tonte, Gherardo Colombo e Giuliano Turone, che non si accorsero di quella pagina mancante indagando su Castiglion Fibocchi. Pensa che dilettanti allo sbaraglio, che nulla videro e capirono e te la fecero scampare. E pensa com'è ridotto questo paese, dove queste cose uno non le dice subito, e nemmeno dopo cinque anni, o mentre c'è il processo, ma dopo un quarto di secolo, pur essendo stato presidente del Senato e presidente della Repubblica. Il tempo, gli anni passano. Ma il tempo non è galantuomo come dicevi tu. Quante cose, su di te, sono state raccontate da chi aveva pubbliche funzioni solo dopo tanti anni, come quel maresciallo delle guardie carcerarie che andò da Santoro in prima serata, accreditato lì come il tuo "braccio destro" e che dopo undici anni che nessuno sapeva chi fosse raccontò cose da non credere, ma che avevano un'efficacia straordinaria nel presentarti (senza contraddittorio, proprio come l'altra sera da Minoli) alla stregua di un mestatore. Cose smentite dal tuo diario, scritto, come si dice, "in velo d'ignoranza", ossia senza sapere che cosa sarebbe successo e che cosa si sarebbe insinuato su di te negli anni a venire. Ma il tuo diario di fronte ai "misteri" non fa fede, neanche se rende incompatibili date, orari e luoghi. Non c'è nessuno che si faccia molti scrupoli quando ci sei di mezzo tu. Non se ne fecero nemmeno nella commissione stragi, che invece di occuparsi di Brescia o di Bologna si occupava di te (!), ansiosa di trovare un mistero sempre più misterioso nella tua attività di nemico delle Brigate rosse.

No, non voglio e nessuno pretende che tu non sia sottoposto a critiche. Tutti sono discutibili, anche gli eroi. Sarebbe bello che però su di loro si avesse un po' più di pudore a raccontare il falso, a dire cose non provate. E a renderle verità di fatto. E invece con te si segue esattamente questo procedimento: si parte dalla tesi suggestiva che forse hai compiuto questo o quel misfatto, poi non lo si riesce a dimostrare, e siccome non ci si riesce si finisce con il dire che non si sa, che c'è un mistero. Che ne dici, generale? L'altra sera, per ricordarti come si deve, hanno anche detto che non è certo se le carte di Moro sono arrivate integre dalle tue mani a quelle del governo, a cui le portasti personalmente. Sì, la solita storia. E dunque te lo chiedo anch'io, stavolta. Lascia perdere la tua etica di soldato e dimmi: te le sei tenute tu le carte di Moro? Ma che volevi farne? Tenerle nascoste al governo a cui dovevi in quel momento tutto il tuo potere e il tuo prestigio? Metterti in condizione di farti licenziare da quel tonto di Andreotti, che non si sarebbe mai accorto (questo pensavi, vero?) delle pagine sottratte? Io che ti ho conosciuto bene non so spiegarmi che senso e che utilità avesse per te tenertele. E nemmeno come avresti potuto in un'ora decidere che cosa tenerti, visto che quel che è venuto comunque fuori mica era acqua di rose, sarebbe bastato in un paese civile a far dimettere a vita tre o quattro ministri.

No, non ti hanno trattato male l'altra sera, quanto alla vita privata. Molte immagini tenere. Forse a noi figli sarebbe piaciuto di più che, raccontando la tua lettera-testamento, invece di parlare della divisione dei pochi gioielli di mamma, di quella divisione che avevi stabilito pensando anche alla futura nipotina, si parlasse del tuo ultimo desiderio: vogliatevi sempre bene come ve ne volete oggi. Ma sono ubbie da figli, che giustamente possono anche apparire urtanti o sdolcinate o a un estraneo. Forse potevano evitarti quel riferimento alla patta dei pantaloni ancora aperta in prefettura mentre rientravi solo dalla toilette. Bocca, certo, poteva lasciarselo scappare quel dettaglio, ma io, per un martire delle istituzioni forse quell'immagine non l'avrei data in tivù, nemmeno, come si dice in questi casi, per renderlo "più umano".

Ho dentro una grande amarezza, generale. L'altro giorno in commissione Antimafia ho dovuto citare quel che avevi detto tu in quella sede, trentacinque anni fa, quando ci andasti con il colonnello Russo con le vostre antidiluviane planimetrie delle famiglie e degli affari (e degli appoggi elettorali) mafiosi. Vuoi sapere che ho fatto? Ho preso i resoconti verbali di allora e li ho letti durante il mio intervento. Ho fatto risuonare lì le tue parole perché troppa, troppo grande mi sembrava l'offesa di trovare scritto, un terzo di secolo dopo, che la mafia non sposta i voti, che quella che tu indicavi per iscritto al presidente del Consiglio dell'82 come "la famiglia politica più inquinata del luogo" in realtà non ha avuto troppe responsabilità, nemmeno morali. Ho riletto anche il passo del '70 in cui facevi per la prima volta il nome di Ciancimino. E ho raccontato di quando la Commissione volle "rielaborare" (usarono questo verbo) il rapporto mandato dalla Legione Carabinieri di Palermo, quello in cui parlavi di Lima e di Gioia, che da quella "rielaborazione" vennero fatti sparire.

Ti ho visto e seguito per tanto tempo. Abbiamo anche discusso e litigato e quindi so che hai avuto atteggiamenti discutibili. Ed è giusto che altri lo dicano, se lo pensano, magari con quel di più di pietà che si dovrebbe in questi casi. Ma una cosa so per certo: le cose false, le insinuazioni gratuite, se fanno trasmissioni su altri martiri della Repubblica non le rimestano. Eppure anche su molti di loro, in vita, sono state dette cattiverie e sono stati propalati dubbi. Con te si fa diversamente. Perché c'è chi in fondo non ti amava quando combattevi il terrorismo, e mal volentieri rinuncia del tutto a quel che pensò di te, l'uomo della grande repressione. E c'e' poi chi non ti ha amato quando ti sei messo in testa quella pazza idea di tagliare la testa della piovra. Messi insieme fanno buona parte dell'establishment di oggi, un po' di istituzioni, un po' di professioni, un po' di informazione. Per questo mi chiedo quel che mai ci si vorrebbe chiedere quando si e' nella mia condizione, per questo mi pongo l'interrogativo che raschia nel profondo ogni familiare: se ne sia valsa la pena. Tu risponderesti, come diceva anche Falcone, che il problema non è mai se ne valga la pena, ma se sia il proprio dovere. Lo so benissimo. Ma io lo stesso mi guardo intorno e per la prima volta provo un senso di sgomento davanti a questa grande, sfumata, gelatinosa e resistente entità sociale che non ti meritava.

Perciò non scrutare, se puoi, questo paese. Non sentire queste parole che ti consegno sperando che qualcuno te le sappia filtrare con amore. Dormi nel gelo di Parma, tra l'ultimo biglietto di una scolaresca e il fiore appassito di un tuo anziano carabiniere. Riposa in pace, generale.

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Oggetto: Re: CARLO ALBERTO DALLA CHIESA Sab 3 Ott - 9:05

Già! forse il generale era Massone...o forse no: Forse aveva solo assorbito dalla famiglia i valori della tradizione Massonica...chissà!


Per chi continua a demonizzare la Massoneria, vale a dire: preti, baciapile, cattocomunismi, focolarini, ciellini, rossi estremi, e altro pattume del genere, voglio offrire il seguente estratto di una circolare del Partito Fascista da cui possono trarre le giuste motivazioni per la loro avversione ai Massoni, che sono ( udite…udite ) internazionalisti, pacifisti e umanitari.

Fascismo e nazismo hanno riservato ai Massoni lo stesso trattamento riservato agli ebrei. L’unica differenza era il colore della stella cucita sul petto, ma la destinazione finale era la stessa.





PARTITO NAZIONALE FASCISTA

Direttorio Nazionale

Ufficio Massoneria

Estratto dalla Circolare n. 4 del 14 Aprile 1925

A TUTTE LE FEDERAZIONI


CHIARIMENTI E ISTRUZIONI PER LA LOTTA CONTRO LA MASSONERIA



Il Consiglio Nazionale del Partito, tenutosi in Roma ai primi di Agosto u.s., deliberò, con voto unanime dei segretari provinciali, una lotta risoluta, decisiva e rigorosa contro la Massoneria.



……………

I fascisti che fossero ancora indecisi , che si mostrassero contrari o si attardassero a discutere ancora se è bene o male combattere, essendo noi già in guerra, sono da ritenersi traditori e disfattisti e come tali trattati senza misericordia..




……………

Il nostro Governo, facendo proprie tali proposte, e presentandole al Parlamento sotto forma di progetto di legge, ha inteso di impegnarsi solennemente e irrevocabilmente nella lotta.


…………………

La Massoneria per il suo programma internazionale, pacifista, umanitario, è nefasta alla idealità e alla educazione nazionale e tanto più pericolosa quanto più si ammanta di un patriottismo che è meramente nominale, geografico e negativo….





Danae
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Oggetto: Re: CARLO ALBERTO DALLA CHIESA Sab 3 Ott - 13:15

Il nipote ricorda il generale che sconfisse il terrorismo nel ventesimo anniversario dell' omicidio: «Serviva lo Stato, non avrebbe tollerato la repressione del G8»
«Io, Carlo Alberto Dalla Chiesa, e la lezione ignorata di mio nonno»


MILANO - Il nome pesa. Ma questo ragazzo di 24 anni che sfreccia con la sua bici colorata dalla Bocconi a Brera, un po' biondo un po' rosso, scapigliato, asciutto, barbetta incolta, adesso non usa firme false. Come capitava alle elementari. Quando, sconvolto dal delitto del nonno, sui quaderni inventava nomi diversi e non scriveva il suo, Carlo Alberto Dalla Chiesa. Quante volte gli è poi capitato di vedere carabinieri disorientati al controllo dei documenti. Non solo per il nome. Anche per il luogo di nascita, Palermo. Già, madre palermitana. E padre famoso, Nando il senatore. Ormai vicino alla laurea in Giurisprudenza, quel «peso» del nome è diventato sempre di più «vanto, orgoglio». Ma con l' amarezza e il disincanto di chi potrebbe avere il doppio dei suoi anni: «Ai miei occhi il nonno era l' incarnazione delle Istituzioni. Un esempio di "servizio". La stessa dedizione non ho trovato però in tanti che hanno rappresentato lo Stato dopo di lui. E chi fa politica lo fa spesso solo per la ricerca del Potere. Senza stare a pensare che si sta servendo un Paese». Come ricorda il nonno, Carlo Alberto? «Lo ricordo... grande. In campagna. Nella casa di Prata, vicino ad Avellino, nell' agosto dell' 82, a pochi giorni dal delitto. Mi ritorna davanti il suo sorriso mentre costruiva le porte per fare giocare a calcio i nipoti: me, Giuseppe e Alberto, i figli di Simona, e Giulia, la figlia di Rita. Erano i "Mondiali ' 82". E lui era arrivato per Ferragosto. Con Emanuela, bella, bellissima. Regalandoci le maglie dell' Italia e del Brasile». E poi? «Poi sono passati gli anni. Ma in questo Paese non impariamo niente dalla storia. Nemmeno dalla storia che noi stessi abbiamo vissuto. Forse bisognerebbe riascoltare le canzoni degli anni Settanta». Quelle di...? «Bennato e De Gregori. Bennato la pennella bene la politica italiana: "Non dimenticatevi i libri di storia, noi siamo i buoni, perciò abbiamo sempre ragione, andiamo verso la gloria". E De Gregori: "Legalizzare la mafia sarà la regola del Duemila". Concludendo: "E non dovremo vedere niente che non abbiamo veduto già". Non sembra l' Italia di oggi?». Alle commemorazioni per suo nonno lei non era mai stato in prima fila. Tranne l' anno scorso quando a Milano, in piazza Diaz, redarguì Tiziana Maiolo: «La sua presenza non è gradita». «Una reazione legata al ricordo, un anno fa vivissimo, degli scontri di pochi mesi prima a Genova. La prima volta che un brigadiere sputò in faccia ad una brigatista rossa, mio nonno mandò i fiori alla terrorista e cacciò via i suoi carabinieri. Questi metodi avrei voluto vedere al G8». E la Maiolo che c' entrava? «Mentre mio nonno era in vita, la Maiolo lo attaccava sul Manifesto per quel che faceva contro il terrorismo. Ma dopo il G8 lei rappresentava il partito che aveva legittimato i metodi duri di Genova. Metodi nemmeno paragonabili a quelli di mio nonno. E poi aveva preso in giro mio padre perché aveva pianto al maxi processo». Non le piace il partito di Berlusconi? «C' è un gruppo di persone che ha il Potere in mano e fa di tutto per autoproteggersi. Altro che "politica come servizio" o "rispetto delle istituzioni". Appunto, dalle rogatorie al legittimo sospetto e così via, "non vedremo niente che non abbiamo già veduto"». E vedremo prima o dopo un «onorevole» Carlo Alberto Dalla Chiesa? «Mi auguro di no. Perché non voglio avere a che fare con i compromessi. Si imparano tante cose frequentando i bambini come faccio io con gli scouts. La cosa più bella è che se considerano una cosa giusta dicono che è giusta. E al contrario se non la ritengono giusta dicono che è sbagliata. I grandi invece...». E nel suo futuro? «Forse l' avvocato. Forse il magistrato. Non so. Ma c' è la tentazione di fare il calciatore o di aprire un ristorantino in qualche parte del mondo». Felice Cavallaro Cominciano domani le celebrazioni per il ventesimo anniversario dell' assassinio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso dalla mafia il 3 settembre 1982. Al mattino, il ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri mostrerà un francobollo commemorativo alla Scuola ufficiali carabinieri di Roma (presenti il ministro della Difesa, Antonio Martino e dell' Interno, Giuseppe Pisanu). Il giorno dopo Dalla Chiesa sarà ricordato a Palermo. Prima con una messa, poi nel corso di una commemorazione ufficiale organizzata dal prefetto Renato Profili alla facoltà di ingegneria, alla quale interverrà il procuratore di Palermo Piero Grasso (attesi anche il presidente della Camera Pierferdinando Casini e il ministro Pisanu). E infine, di sera, con una manifestazione a piazza Politeama e la trasmissione di un' intervista di Enzo Biagi al generale. La scheda LA VITA Carlo Alberto Dalla Chiesa nasce a Saluzzo, in Piemonte, il 27 settembre 1920. Suo padre è un vice comandante generale dell' Arma, lui passa nei carabinieri come ufficiale di complemento allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Finita la guerra sposa Doretta Fabbo, con la quale ha tre figli, Nando, Rita e Simona. Nel ' 78 muore la moglie e nel 1982 Dalla Chiesa sposa Emanuela Setti Carraro LA CARRIERA Nel ' 49 arriva per la prima volta in Sicilia, a Corleone. Poi viene trasferito a Firenze, Como e Milano. Nel ' 63, tenente colonnello, è al comando della brigata di Roma. Nello stesso anno passa all' ufficio addestramento della legione carabinieri di leva a Torino. Durante gli anni di piombo si distingue per gli arresti di alcuni dei capi storici delle Brigate rosse. Nel 1982 viene nominato prefetto di Palermo: lo sarà per soli 100 giorni L' OMICIDIO La sera del 3 settembre 1982 (foto) in via Carini, a Palermo, mentre Dalla Chiesa torna a casa con la moglie a bordo di una A112, viene intercettato da un commando che uccide lui, Emanuela Setti Carraro e Domenico Russo, il poliziotto di scorta che li seguiva su una berlina blu. Nel marzo scorso per il suo omicidio sono stati condannati all' ergastolo Antonio Madonia e Vincenzo Galatolo

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Oggetto: Re: CARLO ALBERTO DALLA CHIESA Sab 3 Ott - 14:26

io,tutore dell'ordine, nel mio piccolo ho condannato la repressione del g8 di genova, io tutore dell'ordine condivido che il nipote di Dalla Chiesa abbia cacciato la maiolo dalla manifestazione per la commemorazione del nonno.
io, tutore dell'ordine, i primi delgi anni '90, sono stato attaccato dalla maiolo che con mauro mellini alessandro tessari e cicciomessere (nn ricordo il nome), hanno sostenuto che il sottoscritto, con un inqualificabile gesto razzista colpiva con numerosi colpi d'arma da fuoco un povero extracomunitario, omettendo, "dimenticando" che lo scrivente riportava una ferita d'arma da fuoco e il povero extracomunitario era uno spacciatore di eroina.
io, tutore dell'ordine, ancora, quando sento nominare quest'aborto della politica, mi sento arrivare il sangue agli occhi.
scusate lo sofogo.



Ultima modifica di Hermes il Sab 3 Ott - 14:31, modificato 1 volta



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Oggetto: Re: CARLO ALBERTO DALLA CHIESA Sab 3 Ott - 14:36

tre interrogazioni parlamentari, il ministro chiede delucidazioni al capo della polizia, che chiede al questore. inchiesta disciplinare.
allego i referti medici agli atti gia' conosciuti. nulla di fatto. oggi ho un buco al ginocchio, fortunatamente nulla di grava.



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MessaggioTitolo: Re: Carlo Alberto dalla Chiesa   Mar Gen 26, 2010 2:14 am

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Oggetto: Re: CARLO ALBERTO DALLA CHIESA Lun 28 Set - 9:29

Francobolli
Carlo Alberto Dalla Chiesa




Francobollo Commemorativo di Carlo Alberto Dalla Chiesa, nel 20° anniversario della morte, nel valore di EURO 0,41.

Il francobollo é stampato dall'Officina Carte Valori dell'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, in rotocalcografia su carta fluorescente, non filigranata; formato carta: mm 30x40; formato stampa: mm 26x36; dentellatura: 13x14; colori: cinque; tiratura: te milioni e cinquecentomila esemplari; foglio: cinquanta esemplari, valore "EURO 20,50".

La vignetta raffigura Carlo Alberto Dalla Chiesa, Prefetto di Palermo e Generale dell'Arma dei Carabinieri, ucciso dalla mafia il 3 settembre 1982 a Palermo.

Completano il francobollo le leggende "CARLO ALBERTO DALLA CHIESA", "PREFETTO DI PALERMO" e "GENERALE DEI CARABINIERI", le date "1920-1982", la scritta "ITALIA" ed il valore "EURO 0,41".
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Oggetto: Re: CARLO ALBERTO DALLA CHIESA Lun 28 Set - 9:56

Dalla Chiesa, l’ultima intervista 10 agosto 1982

Un documento da rileggere con attenzione. La testimonianza di un uomo dello Stato privato dei mezzi per combattere Cosa Nostra.

Questo Dalla Chiesa in doppio petto blu prefettizio vive con un certo disagio la sua trasformazione: dai bunker catafratti di Via Moscova, in Milano, guardati da carabinieri in armi, a questa villa Wittaker, un po’ lasciata andare, un po’ leziosa, fra alberi profumati, poliziotti assonnati, un vecchio segretario che arriva con le tazzine del caffè e sorride come a dire: ne ho visti io di prefetti che dovevano sconfiggere la Mafia.

”Come combatto la mafia”

E’ una delinquenza cauta ,che ti misura che ti ascolta…”

PALERMO – La Mafia non fa vacanza, macina ogni giorno i suoi delitti; tre morti ammazzati giovedì 5 fra Bagheria, Casteldaccia e Altavilla Milicia, altri tre venerdì, un morto e un sequestrato sabato, ancora un omicidio domenica notte, sempre lì, alle porte di Palermo, mondo arcaico e feroce che ignora la Sicilia degli svaghi, del turismo internazionale, del “wind surf” nel mare azzurro di Mondello. Ma è soprattutto il modo che offende, il “segno” che esso dà al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e allo Stato: i killer girano su potenti motociclette, sparano nel centro degli abitati, uccidono come gli pare, a distanza di dieci minuti da un delitto all’altro.

Dalla Chiesa è nero: “Da oggi la zona sarà presidiata, manu militari. Non spero certo di catturare gli assassini ad un posto di blocco, ma la presenza dello Stato deve essere visibile, l’arroganza mafiosa deve cessare”.

Che arroganza generale?
“A un giornalista devo dirlo? uccidono in pieno giorno, trasportano i cadaveri, li mutilano, ce li posano fra questura e Regione, li bruciano alle tre del pomeriggio in una strada centrale di Palermo”.

Generale, vorrei farle una domanda pesante. Lei è qui per amore o per forza? Questa quasi impossibile scommessa contro la Mafia è sua o di qualcuno altro che vorrebbe bruciarla? Lei cosa è veramente, un proconsole o un prefetto nei guai?
“Beh, sono di certo nella storia italiana il primo generale dei carabinieri che ha detto chiaro e netto al governo: una prefettura come prefettura, anche se di prima classe, non mi interessa. Mi interessa la lotta contro la Mafia, mi possono interessare i mezzi e i poteri per vincerla nell’interesse dello Stato”.


Credevo che il governo si fosse impegnato, se ricordo bene il Consiglio dei Ministri del 2 aprile scorso ha deciso che lei deve “coordinare sia sul piano nazionale che su quello locale” la lotta alla Mafia.
“Non mi risulta che questi impegni siano stati ancora codificati”.


Vediamo un po’ generale, lei forse vuol dirmi che stando alla legge il potere di un prefetto è identico a quello di un altro prefetto ed è la stessa cosa di quello di un questore. Ma è implicito che lei sia il sovrintendente, il coordinatore.
“Preferirei l’esplicito”.


No, parliamone, queste faccende all’italiana vanno chiarite. Lei cosa chiede? Una sorta di dittatura antimafia? I poteri speciali del prefetto Mori?
“Non chiedo leggi speciali, chiedo chiarezza. Mio padre al tempo di Mori comandava i carabinieri di Agrigento. Mori poteva servirsi di lui ad Agrigento e di altri a Trapani a Enna o anche Messina, dove occorresse. Chiunque pensasse di combattere la Mafia nel “pascolo” palermitano e non nel resto d’Italia non farebbe che perdere tempo”.


Lei cosa chiede? L’autonomia e l’ubiquità di cui ha potuto disporre nella lotta al terrorismo?
“Ho idee chiare, ma capirà che non è il caso di parlarne in pubblico. Le dico solo che le ho già, e da tempo, convenientemente illustrate nella sede competente. Spero che si concretizzino al più presto. Altrimenti non si potranno attendere sviluppi positivi”.


Ritorna con la Mafia il modulo antiterrorista? Nuclei fidati, coordinati in tutte le città calde?
Il generale fa un gesto con la mano, come a dire, non insista, disciplina giovinetto: questo singolare personaggio scaltro e ingenuo, maestro di diplomazie italiane ma con squarci di candori risorgimentali. Difficile da capire.


Generale, noi ci siamo conosciuti qui negli anni di Corleone e di Liggio, lei è stato qui fra il ‘66 e il ‘73 in funzione antimafia, il giovane ufficiale nordista de “Il giorno della civetta”.

Che cosa ha capito allora della Mafia e che cosa capisce oggi, 1982?
“Allora ho capito una cosa, soprattutto: che l’istituto del soggiorno obbligatorio era un boomerang, qualcosa superato dalla rivoluzione tecnologica, dalle informazioni, dai trasporti. Ricordo che i miei corleonesi, i Liggio, i Collura, i Criscione si sono tutti ritrovati stranamente a Venaria Reale, alle porte di Torino, a brevissima distanza da Liggio con il quale erano stati da me denunziati a Corleone per più omicidi nel 1949. Chiedevo notizie sul loro conto e mi veniva risposto: ” Brave persone”. Non disturbano. Firmano regolarmente. Nessuno si era accorto che in giornata magari erano venuti qui a Palermo o che tenevano ufficio a Milano o, chi sa, erano stati a Londra o a Parigi”.


E oggi ?
“Oggi mi colpisce il policentrismo della Mafia, anche in Sicilia, e questa è davvero una svolta storica. E’ finita la Mafia geograficamente definita della Sicilia occidentale. Oggi la Mafia è forte anche a Catania, anzi da Catania viene alla conquista di Palermo. Con il consenso della Mafia palermitana, le quattro maggiori imprese edili catanesi oggi lavorano a Palermo. Lei crede che potrebbero farlo se dietro non ci fosse una nuova mappa del potere mafioso?”


Scusi la curiosità, generale. Ma quel Ferlito mafioso, ucciso nell’agguato sull’autostrada, si quando ammazzarono anche i carabinieri di scorta, non era il cugino dell’assessore ai lavori pubblici di Catania?
“Si “.


E come andiamo generale, con i piani regolatori delle grandi città? E’ vero che sono sempre nel cassetto dell’assessore al territorio e all’ambiente?
“Così mi viene denunziato dai sindaci costretti da anni a tollerare l’abusivismo”.


IL CASO MATTARELLA

Senta generale, lei ed io abbiamo la stessa età e abbiamo visto, sia pure da ottiche diverse, le stesse vicende italiane, alcune prevedibili, altre assolutamente no. Per esempio che il figlio di Bernardo Mattarella venisse ucciso dalla Mafia. Mattarella junior è stato riempito di piombo mafioso. Cosa è successo, generale?

“E’ accaduto questo: che il figlio, certamente consapevole di qualche ombra avanzata nei confronti del padre, tutto ha fatto perché la sua attività politica e l’impegno del suo lavoro come pubblico amministratore fossero esenti da qualsiasi riserva. E quando lui ha dato chiara dimostrazione di questo suo intento, ha trovato il piombo della Mafia. Ho fatto ricerche su questo fatto nuovo: la Mafia che uccide i potenti, che alza il mirino ai signori del “palazzo”. Credo di aver capito la nuova regola del gioco: si uccide il potente quando avviene questa combinazione fatale, è diventato troppo pericoloso ma si può uccidere perché è isolato”.

Mi spieghi meglio.
“Il caso di Mattarella è ancora oscuro, si procede per ipotesi. Forse aveva intuito che qualche potere locale tendeva a prevaricare la linearità dell’amministrazione. Anche nella DC aveva più di un nemico. Ma l’esempio più chiaro è quello del procuratore Costa, che potrebbe essere la copia conforme del caso Coco”.


Lei dice che fra filosofia mafiosa e filosofia brigatista esistono affinità elettive?
“Direi di si. Costa diventa troppo pericoloso quando decide, contro la maggioranza della procura, di rinviare a giudizio gli Inzerillo e gli Spatola. Ma è isolato, dunque può essere ucciso, cancellato come un corpo estraneo. Così è stato per Coco: magistratura, opinione pubblica e anche voi garantisti eravate favorevoli al cambio fra Sossi e quelli della XXII ottobre. Coco disse no. E fu ammazzato”.


Generale, mi sbaglio o lei ha una idea piuttosto estesa dei mandanti morali e dei complici indiretti? No, non si arrabbi, mi dica piuttosto perché fu ucciso il comunista Pio La Torre.
“Per tutta la sua vita. Ma, decisiva, per la sua ultima proposta di legge, di mettere accanto alla “associazione a delinquere” la associazione mafiosa”.


Non sono la stessa cosa? Come si può perseguire una associazione mafiosa se non si hanno le prove che sia anche a delinquere?
“E’ materia da definire. Magistrati, sociologi, poliziotti, giuristi sanno benissimo che cosa è l’associazione mafiosa. La definiscono per il codice e sottraggono i giudizi alle opinioni personali”.


Come si vede lei generale Dalla Chiesa di fronte al padrino del “Giorno della civetta”?
“Stiamo studiandoci, muovendo le prime pedine. La Mafia è cauta, lenta, ti misura, ti ascolta, ti verifica alla lontana. Un altro non se ne accorgerebbe, ma io questo mondo lo conosco”.


“ERA MEGLIO L’ANTITERRORISMO”

Mi faccia un esempio.
“Certi inviti. Un amico con cui hai avuto un rapporto di affari, di ufficio, ti dice, come per combinazione: perché non andiamo a prendere il caffè dai tali. Il nome è illustre. Se io non so che in quella casa l’eroina corre a fiumi ci vado e servo da copertura. Ma se io ci vado sapendo, è il segno che potrei avallare con la sola presenza quanto accade”.


Che mondo complicato. Forse era meglio l’antiterrorismo.
“In un certo senso si, allora avevo dietro di me l’opinione pubblica, l’attenzione dell’ Italia che conta. I gambizzati erano tanti e quasi tutti negli uffici alti, giornalisti, magistrati, uomini politici. Con la Mafia è diverso, salvo rare eccezioni la Mafia uccide i malavitosi, l’Italia per bene può disinteressarsene. E sbaglia”.


Perché sbaglia, generale?
“La Mafia ormai sta nelle maggiori città italiane dove ha fato grossi investimenti edilizi, o commerciali e magari industriali. Vede, a me interessa conoscere questa “accumulazione primitiva” del capitale mafioso, questa fase di riciclaggio del denaro sporco, queste lire rubate, estorte che architetti o grafici di chiara fama hanno trasformato in case moderne o alberghi e ristoranti a la page. Ma mi interessa ancora di più la rete mafiosa di controllo, che grazie a quelle case, a quelle imprese, a quei commerci magari passati a mani insospettabili, corrette, sta nei punti chiave, assicura i rifugi, procura le vie di riciclaggio, controlla il potere”.


E deposita nelle banche coperte dal segreto bancario, no, generale?
“Il segreto bancario. La questione vera non è lì. Se ne parla da due anni e ormai i mafiosi hanno preso le loro precauzioni. E poi che segreto di Pulcinella è? Le banche sanno benissimo da anni chi sono i loro clienti mafiosi. La lotta alla Mafia non si fa nelle banche o a Bagheria o volta per volta, ma in modo globale”.


Generale Dalla Chiesa, da dove nascono le sue grandissime ambizioni?
Mi guarda incuriosito.


Voglio dire, generale: questa lotta alla Mafia l’hanno persa tutti, da secoli, i Borboni come i Savoia, la dittatura fascista come le democrazie pre e post fasciste, Garibaldi e Petrosino, il prefetto Mori e il bandito Giuliano, l’ala socialista dell’Evis indipendente e la sinistra sindacale dei Rizzotto e dei Carnevale, la Commissione parlamentare di inchiesta e Danilo Dolci. Ma lei Carlo Alberto Dalla Chiesa si mette il doppio petto blu prefettizio e ci vuole riprovare.
“Ma si, e con un certo ottimismo, sempre che venga al più presto definito il carattere della specifica investitura con la quale mi hanno fatto partire. Io, badi, non dico di vincere, di debellare, ma di contenere. Mi fido della mia professionalità, sono convinto che con un abile, paziente lavoro psicologico si può sottrarre alla Mafia il suo potere. Ho capito una cosa, molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi certamente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari diritti.
Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla Mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati”.


Si va a pranzo in un ristorante della Marina con la signora Dalla Chiesa, oggetto misterioso della Palermo del potere. Milanese, giovane, bella.
Mah! In apparenza non ci sono guardie, precauzioni. Il generale assicura che non c’erano neppure negli anni dell’antiterrorismo. Dice che è stata la fortuna a salvarlo le tre o quattro volte che cercarono di trasferirlo a un mondo migliore.


“Doveva uccidermi Piancone la sera che andai al convegno dei Lyons.
Ma ci andai in borghese e mi vide troppo tardi. Peci, quando lo arrestai, aveva in tasca l’elenco completo di quelli che avevano firmato il necrologio per la mia prima moglie. Di tutti sapevano indirizzo, abitudini, orari. Nel caso mi fossi rifugiato da uno di loro, per precauzione. Ma io precauzioni non ne prendo. Non le ho prese neppure nei giorni in cui su “Rosso” appariva la mia faccia al centro del bersaglio da tirassegno, con il punteggio dieci, il massimo. Se non è istigazione ad uccidere questa?”


Generale, sinceramente, ma a lei i garantisti piacciono?
Dagli altri tavoli ci osservano in tralice. Quando usciamo qualcuno accenna un inchino e mormora: “Eccellenza”.


Intervista di Enzo Biagi a Dalla Chiesa:
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Oggetto: Re: CARLO ALBERTO DALLA CHIESA Lun 28 Set - 10:05



Carabiniere, impegnato da giovane nella Resistenza, diventò poi generale dell'Arma e si distinse nella lotta contro il terrorismo degli anni '70 e '80. Nominato prefetto a Palermo, venne ucciso assieme alla moglie in un attentato di mafia.


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Oggetto: Re: CARLO ALBERTO DALLA CHIESA Lun 28 Set - 10:25




La sera del 3 settembre 1982, il generale Carlo Alberto dalla Chiesa partito poco prima delle 21 dalla Prefettura, procedeva in via Carini a Palermo diretto, pare, a un locale di Mondello. Era con la giovane moglie Emanuela Setti Carraro in una piccola auto"112", appartenente alla stessa consorte; e aveva per unica scorta l'agente Domenico Russo che lo seguiva su un'altra auto.
A pochi passi dall'edicola di cui all'immagine di sopra, alcuni killer sopraggiunti su altri mezzi tagliarono la strada alle due vetture che furono costrette a fermarsi. Poi un fuoco incrociato di kalshnikov fece lo scempio di cui i lettori sapranno. Come detto, la strage avvene a pochi metri di distanza dallo sguardo dei celesti testimoni oculari di cui alla foto di Lucio Forte.
Gli unici, forse. E purtroppo, non ci fu e non ci sarà mai un giudice a Palermo e nemmeno, kafkianamente, a Berlino che sarà capace di fare mettere a verbale le testimonianze degli apparentemente impassibili santi conoscitori d'ogni verità. Onniscienti, ovviamente secondo il credo cristiano.
Laddove, e per contro, più d'uno di essi potrebbe anche chiarire fuor d'ogni dubbio, a chi ancora si rifiuta di intenderla nel verso giusto, l'ultima testimonianza resa pubblicamente dal Generale sulla solitudine in cui venne lasciato mentre in città, e nel triangolo della morte alle porte di Palermo, era in corso la cosiddetta "Operazione Carlo Alberto". Una strage, dal nome preovocatorio, di appartenenti alle "cosche perdenti" dalle proporzioni mai viste. Ci riferiamo all'intervista che il Prefetto di Palermo concesse a Giorgio Bocca de La Repubblica.
Con parole che "i palermitani onesti" capirono tutti e subito nei riferimenti fatti da Dalla Chiesa all'accennata solitudine e ai mancati poteri a lui promessi quando, cento giorni prima, egli decise di tornare a Palermo dopo la strage della quale furono vittime Pio La Torre e Rosario Di Salvo.
Ora proseguiamo e chiudiamo con parole non nostre: Con quanto, tra l'altro, si può leggere in merito alla strage di via Carini ne "La Storia Siamo Noi" della RAI.

Il resto che ci asteniamo dal pubblicare si può comunque leggere nel noto sito web della Rai.
Noi, testualmente, per copia -incolla, riportiamo solo questo che mettiamo entro parentesi:

(Pochi giorni dopo, il 5 settembre, durante i funerali il cardinale di Palermo Pappalardo rompe il silenzio della Chiesa ufficiale sul problema mafia. Ha parole durissime, citando un famoso passo di Tito Livio: "Dum Romae consulitur... Saguntum espugnatur. Mentre a Roma si pensa sul da fare, la città di Sagunto viene espugnata - tuona dal pulpito - E questa volta non è Sagunto, ma Palermo! Povera Palermo nostra". E al termine della messa, volano insulti e monetine all'indirizzo dei rappresentanti dello Stato e dei politici presenti: la reazione spontanea di tanta gente stanca, che in quel prefetto aveva riposto le proprie speranze.
Andreotti che era stato Presidente del Consiglio negli anni del terrorismo dal '76 al '79, periodo di massima operatività del Generale, non andò al funerale. Quando il giornalista Gianpaolo Pansa durante un Festival dell'Amicizia gli chiese perché lui non fosse andato ai funerali del prefetto di Palermo, il leader democristiano rispose così: “Preferisco andare ai battesimi”.)

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